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mercoledì 18 settembre 2019
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Della democrazia e altri animali.

27 settembre
Della democrazia e altri animali.
Chissà perché noi vecchi, quando pensiamo alle cose grandi, importanti, fondamentali, finiamo sempre per tornare alla famiglia e a quell’educazione minuta ma indistruttibile che abbiamo avuto nei primi anni di vita. E quando l’esistenza di queste “cose” grandi dà tanti segnali di pericolo, la sensazione è che la nostra stessa vita sia in pericolo. Non dovrebbe importarcene più di tanto, probabilmente abbiamo già fatto la nostra parte e da tempo ci siamo ritirati. Ma abbiamo seguito i cambiamenti, cercando di capirli e di integrarli nel nostro agire quotidiano. Abbiamo anche lanciato qualche allarme, anni fa. E così oggi non siamo capaci di dire “Non me ne importa un fico secco”. In casa mia questa espressione era vietata a noi figli. E non tanto per la sottile allusione il cui significato scoprii molto tardi, ma perché implicava un atteggiamento che era il contrario di quanto ci veniva insegnato in famiglia: “devi essere responsabile verso i tuoi fratelli” (diceva sempre papà), “devi essere sempre responsabile verso i più piccoli e i più deboli”. La responsabilità e tutti gli altri insegnamenti familiari un po’ mi infastidivano, però mi obbligavano a pensare. Dovevo trovare soluzioni pratiche. Perché avevo capito che questo insistere sulla responsabilità aveva un senso preciso: non significava soltanto obbedire e nemmeno dire sempre la verità (i ragazzini adorano raccontare un po’ di balle…), significava scegliere di compiere un atto o di non compierlo sapendo che ogni cosa che avessimo fatto avrebbe avuto una conseguenza, su di noi o su altri. E non solo: significava che, dei problemi della vita e delle persone che conoscevamo, ma anche di quelle che non conoscevamo, non avevamo diritto di disinteressarci. “Devi essere responsabile verso i più piccoli e i più deboli”. Voleva anche dire che dovevi capire, aiutare, farti carico, “take care”. L’ho imparato da papà, ben prima di leggere don Milani.
Per me, la democrazia sta tutta in queste quattro parole: comprensione, solidarietà, responsabilità, rispetto. Per le persone, prima ancora che per le leggi. Altrimenti nessun esercizio dei propri diritti, vissuto individualmente, ha senso né ci mette al riparo dai rischi più gravi.
Così, leggendo e studiando più tardi la Costituzione coi criteri di papà, ho interpretato il valore della nostra democrazia. So bene che una Costituzione può essere modificata, adattata a nuove esigenze vitali, alle novità, anche a qualche riequilibrio politico o istituzionale, ma senza intaccarne l’anima. Se lo si fa, si cambia il carattere di quella democrazia lì, quella democrazia in cui sei cresciuto, quella democrazia sostanziale, vissuta. E ne nasce un altro tipo di democrazia o, addirittura, un altro tipo di sistema politico.
Non voglio teorizzare nulla sulla democrazia, conosco una sfilza di filosofi che l’hanno fatto nel corso dei secoli. Scrivo e sento qui e ora. E oggi sento che la nostra democrazia, la democrazia del mio paese è fortemente a rischio. Scartato, ignorato, deriso, messo in mora lo spirito della nostra Costituzione (che non è certo solo l’antifascismo), si sta lasciando spazio politico a paure costruite ad arte, a rancori ignoranti, pura proiezione del nostro piccolo vivere materiale, che fanno da amplificatore per volgari interessi di partito. Il tutto in una dilagante ignoranza provinciale che si illude di aver restaurato antiche identità etnico-coloniali nazionali, solo per negare che il cambiamento nel mondo non si affronta con vuoti orgogli e rivalse e ricatti, ma con studio, attenzione al nuovo, dialogo, fantasia, mediazioni.
Troppo valore è stato concesso alla democrazia formale: in un paese si vota? Allora è una democrazia. No, non basta votare. Nel 1922 e nel 1933 le elezioni hanno finito per coinvolgere nell’orrore promosso dagli eletti un intero continente portandolo ad una guerra mondiale. Ma che possono ricordare o perfino solo sapere quelli che, posti di fronte ad un problema di merito, ci dicono “questo lo dice lei” oppure “fatti eleggere e poi parla”?
Non so se sia chiaro che il cambiamento profondo non è solo quello tecnologico che induce a reagire velocemente (e necessariamente per contrapposizione?), invece di valutare gli effetti della nostra reazione o fondarla su dati e ragionamenti. Temo che tutti stiamo continuando a farci schermo delle novità tecnologiche, fino ad addossare lo smarrirsi della cultura e della storia del nostro paese (e non solo) ai cellulari e ai social network. Non è così semplice. Se facessimo lo sforzo di guardare agli ultimi tre decenni della nostra vita (coi “millenials” dovremo fare un discorso a parte) e di elencare i grandi eventi che li hanno caratterizzati, ci accorgeremmo di quanto sia globale e profondo il cambiamento, di quanto sia dappertutto, tanto dentro quanto – e forse soprattutto – fuori dei nostri confini nazionali.
Io l’ho fatto e mi sono spaventata. Mi sono chiesta quante guerre sono scoppiate in questi 30 anni e dove, quante “rivoluzioni” hanno portato più diritti e più equità e quante hanno peggiorato le cose, quante “transizioni” alla democrazia hanno trascinato con sé ingiustizie e silenzi su quanto accaduto prima, quante hanno semplicemente rinnegato i valori su cui si era fondata la lotta per la democrazia. Mi sono chiesta come abbiamo reagito noi alle nuove paure, perché abbiamo evitato di capire che il terrorismo, prima nostrano e poi islamista, fosse un potente pilastro di una strategia bellica che ha dato all’occidente solo alcuni, sia pur molto pesanti, saggi di un orrore possibile a sostegno di altri orrori che ancora non conosciamo. Mi sono chiesta, infine, se qualcuno di noi – e quando dico “noi” penso a me e alle persone che conosco e che stimo – ha capito perché in Medio Oriente si fanno guerre per procura in cui l’Occidente è implicato. Il petrolio? No, cari, il petrolio è ormai superato, oggi contano molto di più la conquista dei mercati e i metalli e le terre rare (chiedere alla Cina e chiedere anche ai produttori dei nuovi gioielli tecno-ecologici, dalle auto elettriche ai robot intelligenti). E ancora: perché si fanno reti di accordi economici, commerciali, tariffari e perfino nucleari a scacchiera senza permettere a nessun comune mortale di conoscere lo svolgersi dei negoziati e, a volte, nemmeno i testi finali? Studiare la penetrazione della Cina nei mercati africani (sì, africani, con buona pace dello slogan “aiutiamoli a casa loro”) e sudamericani e tra pochissimo anche europei sarebbe esercizio molto più utile che maledire ogni 5 minuti un orrendo ministro che considero innominabile (e quindi non nomino…). Come sarebbe utile anche capire che cosa sta cambiando davvero in Medio Oriente, quale può essere lo scontro interno ai paesi arabi, e con quali obiettivi si muovono, nella cosiddetta “guerra siriana”, potenze come Russia, Turchia e Iran.
Intendiamoci, non ho alluso ad alcun complotto: il complottismo è solo una semplificazione, anche quella indotta, per garantire ai cittadini una razionalità leggera, senza storia e senza prospettiva, senza implicazioni etiche, una razionalità “liquida” – direbbe Zygmunt Bauman – che mette però un argine invalicabile alla comprensione del proprio tempo, ma anche alla speranza in un futuro migliore.
Lo so, sono angosce alla rinfusa, sono paure, sono rimorsi per non aver fatto tutto quello che avrei potuto fare quando ero in condizione di farlo. Però, amici cari, in particolare quelli pazienti che sono arrivati fin qui, di queste cose vorrei discutere. Sono certa – o forse solo spero – che riusciremmo, insieme, a cavarci qualcosa, almeno tre idee sul da farsi, sul modo in cui porci – e non è un esempio a caso – nei confronti dell’UE.
Perché se una riscossa può esserci, contro il contorto nulla che ci scarica quotidianamente la politica, tutta la politica, questa passa da un patto tra persone di buona volontà che sanno parlare coi più piccoli e i più deboli e che hanno scelto di restare fedeli al semplice canone delle 4 parole: comprensione, solidarietà, responsabilità, rispetto. Per tutto il tempo possibile e necessario.
Alla fine, la democrazia è una questione di amore o non è.



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